Mannarino al Teatro Augusteo di Napoli, musica, impegno ed emozioni forti

 

 

Fa presto a riempirsi la platea, il concerto in un teatro è sempre qualcosa di apparentemente innaturale. Si immaginano prati d’estate, il cielo, le stelle e tanta buona energia, ci si ritrova una comoda poltrona e la sensazione che qualcosa non sia al posto giusto. Il pubblico è pronto, si avverte nell’aria la giusta motivazione. C’è chi baldanzoso, fa si che a trasparire sia la conoscenza che si ha dell’artista, e chi invece più timido, attende, perchè tutto abbia inizio. L’appuntamento è con Alessandro Mannarino, in scena al Teatro Augusteo, ultimo di due appuntamenti nel capoluogo napoletano. L’incontro, musicale, con l’artista, pretende una full immersion in quella dimensione, artistca al limite del sociale, che il cantautore romano ha magistralmente tirato su attraverso i primi anni di una scalata in continua evoluzione. Nei testi, nel sound, in quella malinconia, mai condita di retorica, in quell’aria d’astuto oratore e profondo conoscitore dei limiti dell’animo umano. Mannarino sale su quel palco, e passo passo, coinvolge il pubblico in un prodondo confronto emotivo, fatto di musica e parole. Emozioni, sensazioni, energia, passione. “Roma”, “Marylou”, “Apriti cielo”, “Malamor”, il linguaggio è nei testi, nell’anima dell’interpretazione, in quei momenti di condivisione, in cui le note trasportano immagini da un corpo all’altro. Ogni tanto una parola, senza musica, un’idea, una presa di posizione. L’immagine dell’artista che “educa” il suo pubblico, che chiede quella visione delle cose, libera dagli agenti inquinanti dell’ignoranza, dell’individualismo sfrenato, della poca sensibilità nel considerare aspetti della vita che meriterebbero ben altra cura. Napoli, la sua storia, il suo ruolo nei secoli, capitale di cultura, città di sperimentazioni, e poi il tema dell’immigrazione in Italia, e poi schegge di politica, in un confronto dal linguaggio complesso ed intenso, che accresce l’importanza di certe posizioni ed alimenta riflessioni. La scaletta, fa ancora il suo dovere, verso la fine, verso toni e parole note ai più, la fine, nei concerti, si sa, e delle strofe più ascoltate. Il pubblico si alza in piedi, raggiunge il palco, resta sotto quella base, come fosse un campo aperto, come fosse uno stadio, annusa l’artista e si lascia trasportare. Il finale, da emozione, ci si saluta, ci si è detto tanto. In musica, in parole, corde di chitarra ed anima, insieme, per un’unica profonda esperienza. Mannarino e la sua orchestra vanno via, il pubblico resiste, chiede ancora una sorpresa, consapevole che non arriverà. E’ il gioco della musica, il gioco dei concerti, il gioco dei nostri giorni.