Sergio Rubini al Teatro Bellini di Napoli. Uno degli eventi più traumatici degli ultimi anni al centro di un monologo intenso e spesso provocatorio.
Sergio Rubini, tra i più brillanti interpreti del panorama nazionale, torna in scena al Teatro Bellini di Napoli e lo fa con un testo che scuote la mente, riporta a fatti ed eventi che hanno tenuto insieme le ansie e le preoccupazioni di un intero paese e finisce per rendere nuovamente vivi ricordi e sensazioni che si pensava di aver lasciato ormai andare. “Quarantena Napoletana” è un monologo che nasce dall’omonimo libro di Edoardo Cicelyn, che trova il modo di raccontare un periodo più che mai buio per il quotidiano degli italiani attraverso i fatti, le riflessioni, gli spunti spesso ironici che nascono attraverso ciò che realmente, in quel periodo, è capitato allo stesso autore.
“Ogni mattina un uomo, il protagonista dello spettacolo, sale sul suo scooter e per un’ora buona se ne va a zonzo nella sua bellissima città. Fin qui, nulla di insolito. Se non fosse che la città, Napoli, è deserta e blindata dal lockdown e che quell’uomo compie anche un piccolo peccato di hybris: racconta le sue solitarie escursioni sulle pagine di un quotidiano. Il caso vuole che l’articolo finisca sulla scrivania dell’Unità di Crisi Regionale, che ne segnala il contenuto alla Prefettura, che lo trasmette a sua volta all’Azienda Sanitaria Locale”. Da questo momento, per il protagonista della vicenda prende il via un periodo assolutamente innaturale, fino a quel momento. Una quarantena forzata, “arresti domiciliari volontari”.
Tutto il tempo in casa, insomma, tutto il tempo a riflettere su ciò che accade, su quello che in quel momento avvolge in modo drammatico il quotidiano degli italiani e non solo. Un navigare incerto, si potrebbe dire, lungo il corso di una narrazione che non convince del tutto il protagonista, gli eventi che inondano d’un colpo solo i giorni di ogni cittadino. I ricordi, unica via di fuga in certi momento, che riportano a galla gli anni delle contestazioni, delle etichette sociali, dei passionali coinvolgimenti politici. Tutto si mescola, tutto torna a galla, e in quegli attimi, ogni cosa sembra assumere un significato netto, certo, più che mai comprensibile.
Gli equilibri che fino a poche settimane prima reggevano le vite di chiunque di colpo implodono. Ogni cosa è sospesa, ogni spunto rischia di montare l’esasperazione, la critica, la ribellione. Tutto è compromesso, i rapporti sociali, quelli familiari e forse anche quelli con se stessi. Sergio Rubini cavalca ogni singola parola del testo, la rielabora con il suo fare sicuro e spietato e lo offre al pubblico, obbligato, ormai, a quel punto a fare i contri con i propri eventi passati, con la libertà sospesa e i dubbi che, numerosi, spesso riempiono la mente.
E poi le immagini, di Francesco Clemente, a fare da supporto visivo alle parole, le musiche, profonde e vive, composte ed eseguite da Michele Fazio, e infine il suono, curato con scrupoloso fare a Daghi Rondandini. Niente, in quei mesi è stato lasciato al caso, ogni aspetto del quotidiano è stato travolto dagli eventi. Nulla, insomma, cosi come nel monologo interpretato da Sergio Rubini, solo, smarrito, dubbioso, arrabbiato, come in quei giorni, come in quei mesi. Un uomo in scena e milioni di ombre che che ritornano. L’applauso finale, giusto, sacrosanto, autentico, è più che mai, è il caso di dirlo, del tutto liberatorio