“Mare di ruggine” al Teatro Piccolo Bellini di Napoli. Torna la favola sociale, politica, dark, del sogno divenuto incubo di una città

Mare di ruggine
Mare di ruggine

Un progetto, una visione. Un sogno per una città che aveva voglia di aggrapparsi a qualcosa. Poi nient’altro che proclami, promesse, una illusoria condizione di benessere fino al calcolato, con ogni probabilità, declinio.

Antimo Casertano riporta in scena, al Teatro Piccolo Bellini, dal 29 settembre fino all’11 ottobre, “Mare di ruggine”, una storia, una favola, che torna lì dove era stata presentata la prima volta, nel 2024. Compagni di viaggio dell’autore, regista e attore dello spettacolo sono Daniela Ioia, Francesca De Nicolais e Luigi Credendino.

La favola

Il tutto prende forma intorno a quella che inizialmente viene definita favola, con rabbia, sarcasmo, illusione, e forse la voglia di poterne raccontare un’altra di storia. Meno cruda, meno letale, più propensa al riscatto reale, alla presa di coscienza ed a tanto alto ancora. La storia dell’Ilva, poi Italsider, con la città di Napoli. Da inizio Novecento fino gli sgoccioli del “secolo breve”.

Mare di ruggine
Mare di ruggine

Promesse, revisioni, ristrutturazioni, dismissioni, bonifiche, parole, parole, soltanto parole, per dirla con rimandi musicali. Parole che però spesso hanno significato molto. Parole che hanno caratterizzato le vite, le ambizioni, le speranze di migliaia e migliaia di cittadini napoletani. Lì, proprio lì, Casertano affonda il suo sguardo e lo propone al pubblico, cosi com’è. Naturale, istintivo, quasi smanioso di comprendere fino a dove potesse spingere quella sete quasi inspiegabile di una certa popolazione partenopea di quegli anni.

La scena

In scena, i colori, gli odori, i fumi del cantiere. Il fuoco, le paure, una visuale corrotta dal contesto. L’uomo e la macchina, l’uomo e il progresso forzato, l’uomo e la paura di non tornare a casa. Casertano sceglie ancora una volta il realismo, la possibilità di avvolgere ogni cosa nel proprio naturale e più che mai autentico abito. L’Ilva, il suo sfondo, le sue luci, le sue ombre? Eccola, lì sul palco. Vera, spietata, sfacciata.

Lo spettacolo, nei mesi scorsi, attraverso il suo fine, il suo sguardo, il linguaggio, ha conquistato numerosi riconoscimenti, tra i quali il Premio Nuove Sensibilità 2.0, il Premio Fersen, il Premio Antonio Conti di Pesaro e il Premio Speciale Felicetta Confessore – Ritratti di territorio. Riconoscimenti che, di fatto, confermano la stessa identità del testo di partenza. Una favola che mescola la realtà, il sogno di una città, le sue speranze e tanto altro ancora, con la più spietata delle cronache.

Il punto di vista dell’autore

“È il racconto dell’unica possibilità, l’unica alternativa che la fabbrica – ‘o cantiere – ha rappresentato per la mia famiglia in particolare e per tante, tantissime altre famiglie; a Napoli come a Taranto, a Genova come a Piombino”, ha dichiarato Antimo Casertano. “È il racconto del diritto al lavoro e di come esso rappresenti l’unica certezza di esistenza nella stessa società”.

«La volontà, inoltre, di raccontare della identità operaia, della voglia di sentirsi orgogliosamente parte di quella classe, delle lotte e delle conquiste e soprattutto della sua fine”, spiega ancora Casertano. Una missione, un intento, netti più che mai, spietati, cosi come la storia stessa del contesto siderurgico partenopeo.

La scena

Antimo Casertano, Daniela Ioia, Luigi Credendino e Francesca De Nicolais, rappresentano in scena i volti, le storie, i drammi, e le speranze e la rassegnazione di migliaia di operai negli anni dell’Ilva, poi Italsider. Interpretazioni che toccano e segnano per l’umana esperienza e la disumana realtà generale, protagonista purtroppo di una storia che ha segnato in un modo o nell’altro il contesto napoletano dello scorso secolo.

Una storia di speranza, certo, ma anche di ruggine, di un mare segnato dalla spinta e dalla barbarie del progresso, del sogno di stabilizzazione, di benessere, di un popolo quasi sempre aggrappato a scelte altrui, troppo spesso scellerate. La trama corre veloce, i volti si presentano e ripropongono, le storie tagliano in due le coscienze, aprono a nuove e più ampie riflessioni. Il finale riprende ancora il concetto di favola, il tutto visto con gli occhi di chi non sa, non conosce, non comprende.

La favola di una citta, divenuta incubo. Il prima e il dopo. Il contesto sfregiato, forse per sempre, l’anima operaia calpestata a più riprese e un territorio vittima, ogni volta di decisioni altrui, spesso, troppo spesso puramente speculative. Antimo Casertano apre un solco di riflessione, tra storia, realtà e favola. Bagnoli e le sue ambizioni, le sue angosce, i suoi drammi e quel filo di speranza prontamente schiacciato da chi vive d’altro. “Mare di ruggine” è forse un punto di partenza, quello d’arrivo è tutto da comprendere, da immaginare, da guardare con lo sguardo di chi ha ancora la forza ed il coraggio di sognare. Come in una favola, ecco. Come una favola.